In lode di Bojack

BoJack Horseman è una serie drammatica scritta da Raphael Bob-Waksberg e prodotta da Netflix: il 22 luglio sarà disponibile online la terza stagione. È la storia crepuscolare e carveriana, come direbbe un comunicato stampa, di BoJack, un attore di talento (almeno secondo lui) diventato famoso tra gli anni Ottanta e Novanta per una sitcom. Una di quelle con le risate preregistrate e gli “oooohhh” del pubblico quando l’attore-bambino di turno diceva una cosa tenera ma buffa. Venticinque anni dopo BoJack non se lo ricorda più nessuno tranne BoJack stesso che passa le giornate nella sua villa a Hollywood a guardare i dvd della sitcom e bere, mentre le notti le passa a fare sesso con ragazze molto più giovani di lui e bere. Le tag sono: malinconia, rimpianto, indulgente autocommiserazione, dipendenze, narcisismo, disperazione.

BoJack Horseman è una delle cose più belle, profonde e toccanti che vi possa capitare di vedere oggi sulla depressione.

Ma BoJack Horseman è anche una delle cose più divertenti, argute, spiritose e inventive che vi possa capitare di vedere oggi, punto. 

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Costa Azzurra

Su «Rivista Studio», il numero 27, c’è un mio lungo reportage sentimentale/racconto dalla Costa Azzurra.

E poi c’è il colore del mare. Ogni volta che passavo la frontiera a Ventimiglia non potevo non notare quel cambiamento, quasi improvviso, del colore del mare: dal verde davanti al quale sono cresciuto, a Sanremo, a pochi chilometri da lì, al blu oltremare di Mentone, al blu di Prussia di Montecarlo, al turchese accecante di Nizza. Quel passaggio di tavolozza, per me bambino, aveva qualcosa di misterioso, di inspiegabile. Una trasformazione alchemica che dal mare – ne ero convinto – doveva estendersi alla terra ferma, agli abitanti, infiltrarsi fin nei legami atomici delle cose che qui mi apparivano più luminose, più nuove, più pulite. 

Era come se la linea bianca che segnava la frontiera tra Italia e Francia al ponte di San Ludovico, il tratto dell’Aurelia dove c’era la dogana, si tuffasse nel mare antistante per tracciare un confine invisibile ma altrettanto netto e impedire al verde e al blu di confondersi. Attraverso lo specchio entravo in questa terra così simile a quella in cui ero nato, ma allo stesso tempo così diversa, come se tutto quello che conoscevo avesse qui il suo doppio, ma migliore. 

Questo, per me, è sempre stata la Costa azzurra: una versione migliore di me.

Inizia così, il resto è sul cartaceo: «Rivista Studio», numero 27. 

Cannes prima di Cannes

Cosa succede a Cannes prima di Cannes? Abbastanza niente. Qualche pastis, una partita a petanque, passeggiate in riva al mare. Reportage intempestivi dal momento prima del botto, su «Rivista Studio».

La Croisette la domenica mattina prima dell’inizio del Festival è un ciondolare di pensionate dai capelli viola per la tinta scolorita e bambini in monopattino che fanno lo slalom tra i passanti. L’atmosfera è quella del benessere ovattato del sonno che si dirada quando ci si sveglia nella seconda casa. Tanto che, se chiudo gli occhi e li riapro di colpo, per un attimo posso pensare di essere sul lungomare di Bordighera, se non fosse che tutti leggono Nice-Matin. È la serenità di chi sa di essere oltre: sarà che ogni cosa, dai baracchini della “glace à l’italienne” – che poi sono cornetti Algida – alla manciata di giostre accanto al Palais du cinéma, rimanda a un’epoca d’oro che non è il presente. Ma non è neanche qualche decennio mitico della belle époque o della nouvelle vague: no, sono gli anni Ottanta di Mitterrand, l’ultima volta che la grandeur francese ha potuto specchiarsi nella realtà e non sentirsi inadeguata.

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Tutto è Shakespeare

Dire che Shakespeare è moderno non è certo un’idea moderna. Ogni epoca ha pensato sé stessa come shakespeariana e proprio per questo moderna. Tanto che a volte i due termini si confondono o appaiono intercambiabili. Su «Rivista Studio» sui 400 anni dalla morte del più grande di tutti i tempi.

Una compagnia teatrale si aggira faticosamente tra le rovine del mondo dopo la fine del mondo: in ogni accampamento, presso ogni comunità che incontrano, mettono in scena Shakespeare per ricordare ai pochi sopravvissuti cosa significa essere umani.

È la storia di un bel romanzo uscito un paio di anni fa (e colpevolmente affondato nell’indifferenza generale qui da noi l’anno dopo) di Emily St. John Mandel, Stazione undici (Bompiani). Quando Mandel si è chiesta quale simbolo universale scegliere per incarnare la resistenza della civiltà ha scelto – senza nemmeno pensarci troppo, immagino – William Shakespeare.

Stazione undici è romanzo d’ambientazione fantascientifica (con cui Mandel ha vinto l’Arthur C. Clarke Award) e di grande valore letterario (finalista al National e al PEN/Faulkner): mi piace cominciare da qui, allora, perché c’è già un elemento, anzi due che tornano in ogni discussione su Shakespeare. La sua universalità e il suo mettere in crisi qualsiasi gerarchia – in questo caso tra alto e basso, letterario e “di genere”.

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Vivere senza critica

Siamo assediati da consigli e giudizi di amici su qualunque prodotto culturale, mentre la critica professionistica agonizza. Possiamo dirle addio?

Chi ha bisogno della critica oggi? Di quella professionistica intendo. Siamo assediati da consigli, suggerimenti, giudizi di amici e di amici tra virgolette, tipo quelli di Facebook. Che sia su film, dischi, amanti, ormai nessuno – a meno che non sia, beato lui, privo di connessione a Internet – si basa più su una recensione scritta da un critico professionista. Forse perché la recensione la sta già scrivendo lui: chiunque abbia un account di Tripadvisor, o Amazon, iTunes, Netflix è chiamato, in qualche momento della sua vita di consumatore, a improvvisarsi esperto di qualcosa che ignora (e che, sperabilmente, ha provato: ma non sempre. Ho scoperto che è in corso un acceso dibattito sulla pagina di Amazon del blu ray del Risveglio della forza, un prodotto che uscirà soltanto il 13 aprile ma che possiede già cinquanta recensioni degli utenti, molte delle quali sono di protesta contro le altre recensioni…). Che poi tutte queste “stelline” vadano a nutrire il mostro dell’algoritmo è un altro discorso. Quello che mi colpisce, invece, è come si sia tutti chiamati a fare i critici: quasi che per avere diritto di cittadinanza nel presente si debba essere anche dei raffinati ermeneuti. La città dell’interpretazione non dorme mai. Il consumatore perfetto non è quello superficiale e facilone – come la nostra Kulturkritik anni Sessanta e Settanta continuava a ripetere – ma quello sinceramente appassionato, l’esperto. Il nerd. In un certo senso, allora, stiamo vivendo l’epoca d’oro della critica. Il sogno di tante matricole di Lettere – essere chiamati a esprimere un giudizio estetico – si sta avverando per tutti.

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Da dove viene l’odio online

Una mattina di inizio gennaio vado su Twitter e scopro che è morta la letteratura. Di nuovo. Il cadavere è ancora caldo: ad averla uccisa – questa volta – sono stati i “libri distillati”. Tre mesi dopo, è difficile che qualcuno se li ricordi ancora. Si tratta di versioni ridotte di romanzi famosi: così Venuto al mondo della Mazzantini o un giallo di Stieg Larsson, da grossi tomi che erano, si riducono a un terzo, un quarto della lunghezza originale. Qualcuno scrive:

Anoressia culturale. Un ridicolo prodotto della subcultura italiana

Questa è violenza pura, sacrificare il corpo di un libro!

Esempio della decadenza culturale del Paese. Dove la politica drammaticamente è tornata a essere demagogia

A me questi libri non sembrano una grande idea dal punto di vista commerciale (chi non ha voglia di leggere Wilbur Smith intero non lo farà solo perché c’è la mezza porzione, credo), ma non sono nemmeno una cosa che mi rende «così triste che non riesco neanche a scherzarci». Eppure, tweet dopo tweet, inizio anch’io a immaginarmi un imminente futuro post-apocalittico in cui orde di barbari si aggirano tra le rovine della civiltà occidentale incapaci di elaborare pensieri più articolati di un LOL mentre venerano il dio gattino. Ma da qualche parte lì in mezzo c’è chi ancora eroicamente resiste: in un’oasi verde e luminosa, una sparuta comunità di sopravvissuti tiene accesa la fiamma dell’umanesimo e legge la Mazzantini in versione integrale.

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Dire attraverso la natura

Che cos’è il nature writing. Fun fact: un brano di questo articolo è stato inserito nella definizione di nature writing sul dizionario Treccani.

Devo dire che il pensiero, per un attimo, sfiora anche me. Secondo alcuni detrattori il nature writing è solo un altro modo per trasformare la natura in merce, renderla “un’esperienza”, qualcosa di vendibile e consumabile. Nel 2013, Steven Poole sul Guardian scrive che «il nature writing riduce l’ambiente a una specie di Prozac senza ricetta, una fantasia pastorale che nasconde il più trito escapismo borghese urbano». Questa volta solo un po’ più hipster, aggiungo io mentre sfoglio The Outsiders: New Outdoor Creativity, un volume molto ben illustrato di giovanotti (presumibilmente appartenenti alla classe creativa) immersi in ambienti naturali di composta bellezza mentre fanno camping con attrezzature dall’aria tanto cool quanto costosa.

Ma se da un lato c’è senz’altro in giro un tentativo di vendere la natura come l’ultima esperienza dell’autentico, dall’ossessione per il cibo bio al diffondersi degli orti urbani, dall’altro ricondurre il nature writing a una moda sarebbe un errore. Il fatto è che comunque il sapere sulla natura, come ogni discorso culturale, è sempre il risultato di uno sguardo, qualcosa di inventato: non è un caso che si intitoli The Invention of Nature la fortunata biografia di Alexander Von Humboldt uscita nel 2015 per Knopf. E sempre del 2014 è una magnifica edizione italiana del Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente (Quodlibet/Humboldt) di Von Humboldt.

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Luci a Sanremo

Un ritorno a casa.

Me li ritrovo davanti all’uscita del cinema. Un muro di persone che guardano verso di me, ma non me. Non capisco chi siano o cosa stiano facendo. È da un po’ che manco da casa. Sono dei turisti, mi sembrano russi, negli ultimi anni sono aumentati tantissimo – fuori dai ristoranti, quelli più alla buona almeno, hanno iniziato a comparire anche menu in cirillico. C’è pure una guida che dà le spalle all’Ariston e ogni tanto gira la testa per indicare qualcosa. Scattano delle foto. Mi torna in mente quella scena di Rumore bianco, quella del fienile più fotografato d’America. Cosa c’è da fotografare? Cosa state guardando?

Il fatto è che, per chi è nato a Sanremo, l’Ariston è un cinema come un altro. È vero, è il più grande della città, fa anche da teatro (cose tipo: Pezzi da 90 di Max Giusti, o Quei due con Massimo Dapporto e un intenso Tullio Solenghi), ma resta quel cinema in cui a 13 anni andavi a vedere Indiana Jones e l’ultima crociata con Roberto e Fulvio. Se la televisione ingrassa le persone, di certo ingrossa i cinema di provincia: quello che sullo schermo appare come un locale enorme, lussuoso, con un palco profondo, in realtà è un normale cinema in cui marmi e infissi di lamiera si alternano senza imbarazzo, e quando non c’è la scenografia del Festival – che tracima a occupare anche le prime file – il palco è stretto e spoglio, le poltrone di quel velluto rosso che ti sembra sempre un po’ polveroso anche quando è stato appena pulito. Il marmo verdastro e l’alluminio dorato sono quelli di una città che stava vivendo il boom edilizio delle seconde case, il turismo di massa e l’immigrazione interna, e allo stesso tempo provava a tenere in vita l’eleganza blasée di quando era meta dell’aristocrazia inglese, russa e tedesca, e Sanremo era la logica prosecuzione della Costa Azzurra. Insomma, tutto rimanda agli anni 60, quando l’Ariston è stato inaugurato: diventerà la sede del Festival della Canzone Italiana solo dal 1977 (vincono i Matia Bazar con Ma perché?).

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Sette variazioni su Darth Vader

Per poter parlare di Moravia e Topo Gigio sono dovuto passare per samurai, musei, Steve Jobs, l’immaginario, elmetti della seconda guerra mondiale, i fatti miei, e soprattutto Star Wars. Ecco le mie «sette brevi lezioni su Darth Vader», su «Prismo».

1. Vicino a casa mia, a Torino, c’è un museo molto bello che si chiama Mao, Museo d’arte orientale. In una palazzina del Seicento è ospitata una splendida collezione d’arte, manufatti e documenti dall’Oriente. Ogni piano è dedicato a una civiltà o a un’area culturale: c’è quello della tradizione indiana, il piano cinese, l’ultimo – ovviamente quello più alto – riservato al Tibet e al Nepal. Il mio preferito, però, è quello giapponese. Anni fa, quando avevo più tempo libero e più momenti di malinconia, poteva capitare che in un pomeriggio troppo lungo andassi al museo unicamente per salire al piano giapponese e sedermi sulla panca davanti alla teca delle armature dei samurai. Osservavo soprattutto quella in mezzo – ce ne sono tre se non ricordo male – nera e minacciosa, di ferro e di pelle, ne scrutavo le orbite vuote e stellari, l’elmo svasato, la fissità secolare.
Ricorda Darth Vader.

2. Ralph McQuarrie è il designer originale di Darth Vader. Nel 1975 Lucas gli diede l’incarico di dipingere cinque scene dalla seconda bozza del progetto originario per convincere la Fox a finanziare Star Wars. McQuarrie – in seguito insieme allo scultore Brian Muir e al costumista John Mollo – mise insieme divise tedesche della Prima guerra mondiale, gli elmetti sempre tedeschi (i German Stahlhelme) della Seconda e copricapo delle armature samurai del Giappone feudale.

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L’uomo che ha spiegato il mondo con i romanzi

Su «Rivista Studio» inizio a pagare i miei debiti con Girard.

Ogni volta che l’usura del quotidiano – o, peggio ancora, il fare un giro tra i banconi delle novità in una libreria di catena – fa vacillare la mia fiducia nel libro e nella lettura, ripenso a come, tutto sommato, alcuni dei momenti di più intensa, felice, quasi violenta, scoperta nella mia vita siano legati proprio a dei libri. Sono quegli istanti che non so definire se non maldestramente come epifanie, illuminazioni, in cui il mondo smette di essere un opaco affastellarsi di cose e persone, e diventa un sensato sistema di relazioni, di rapporti, di differenze.

Ieri è morto l’autore che più di tutti collegherei a questi momenti. René Girard è stato uno dei pensatori più importanti e decisivi del Novecento. Dico pensatore perché nella sua lunga ricerca è stato molte cose, tanto che è difficile ricondurlo a una sola specializzazione: antropologo, filosofo, ma soprattutto critico letterario.

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