Diari di diari

Sarah Manguso ha tenuto un diario, come molti. Ma in pochi l’hanno fatto per venticinque anni accumulando ottocentomila parole su decine di quaderni. Poteva farne un format per Real Time (“Malattie imbarazzanti: Grafomania”), poteva – peggio ancora – pubblicarlo. Invece ci ha scritto sopra e ne ha ricavato un distillato purissimo, un libretto di una novantina di pagine, molte delle quali raccolgono una sola frase, un capoverso al massimo. 

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Padri e figli

Apparso in forma ridotta su «L’Indice dei lirbi del mese» di aprile 2015 e ripubblicato su minima & moralia.

C’è una frase di Fortini che mi tornava in mente leggendo Guarigione di Cristiano de Majo: “la sola storia che conti davvero, la sola veramente traumatica è quella cui dobbiamo la nostra nascita”. Mi sono sempre piaciuti quei libri in cui il narratore è mosso da una, più o meno esplicita, volontà di sapere cos’era il mondo prima di lui. Cosa, in particolare, ha reso possibile quello stesso soggetto che ora si interroga sulla propria origine. Cosmogonie private ben diverse dall’autobiografia: sono storie, cioè, in cui lo sguardo rivolto alla traumatica “eternità fatta di tenebra” che precede la nascita è attraversato da un desiderio che ha l’urgenza e l’onestà di cui parla Fortini. Ma è anche uno sguardo che, come l’osservatore del gatto di Schrödinger, ha il potere di cambiare la natura dell’oggetto scrutato. Quel particolare passato, proprio perché traumatico, non potrà che, allo stesso tempo, essere e non essere reale, sempre immanente e sempre perduto. Questa presa in carico del rischio vale anche per il libro di de Majo, per quanto Guarigione racconti esattamente l’opposto: ciò che vediamo qui non è la nostra nascita (cioè quella del narratore), ma la loro, quella dei figli.

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Questo bisogno di eroi

Questo articolo è uscito su «Pagina 99» nel novembre del 2014 e ripubblicato da minima & moralia. 

Devo ammettere che quando l’ho visto la prima volta mi ha preso un po’ d’ansia. Parlo del calendario con le date d’uscita dei prossimi film di supereroi. Si parte con l’ormai imminente Avengers 2: Age of Ultron (il primo maggio in Usa) e si arriva al reboot di Lanterna Verde previsto (tenetevi liberi) per il 19 giugno 2020. In mezzo una trentina di titoli: da eventi attesi con aspettative messianiche come Batman v Superman a pellicole medio budget su seconde file o nobili decaduti degli universi DC e Marvel (un film su Shazam: sul serio?). Capite che per una persona a disagio anche solo con l’idea di fare programmi per il prossimo week-end, una tale prospettiva è a dir poco vertiginosa.

Senza contare che il cinema è solo uno dei possibili approdi per le seconde vite dei supereroi: serie televisive (è da poco partita Gotham, police procedural della Fox sulla città di Batman prima Batman, quando cioè Bruce Wayne era solo un bambino da poco orfano e il commissario Gordon muoveva i primi passi nei bassifondi della metropoli. Ai blocchi ci sono quella di Flash e una caterva di produzioni legate ai personaggi Marvel per Netfilx, tra cui Devil), film animati, videogiochi. Anche il cinema italiano, solitamente immune al fantascientifico – e ai budget conseguenti – ci prova: il 18 dicembre è uscito Il ragazzo invisibile, di Gabriele Salvatores, operazione crossmediale in cui le avventure di Michele, il tredicenne protagonista che un giorno scopre di essere dotato del potere dell’invisibilità (metafora non proprio indecifrabile dei disagi dell’adolescenza), prima ancora che in pellicola vivono in una serie di albi scritti e disegnati appositamente per “espandere” l’universo del film.

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MFA vs NYC

Le due culture della fiction americana. Questo pezzo è uscito, in forma leggermente abbreviata, su «Pagina 99», nel settembre 2014.

Alla fine della terza stagione di Girls, Hannah, la protagonista interpretata da Lena Dunham, decide di abbandonare New York per andare a studiare scrittura creativa alla Iowa University. Nota bene: Hannah non punta a scrivere il Grande Romanzo Americano (con tutta la tradizione di sottintesi che si porta dietro: una gara tra Maschi Bianchi Morti e i loro omologhi viventi a chi ce l’ha più lungo), ma un libro a metà tra memoir e il personal essay – immaginate qualcosa di simile a Sheila Heiti o Joan Didion.

Ecco, se vi serviva una rappresentazione plastica del campo letterario americano oggi, non potevate chiedere di meglio: da una parte abbiamo New York City, le case editrici di Manhattan, gli anticipi a sei cifre, gli agenti, le vendite all’estero, le feste in cui “non posso andarmene se prima non conosco Mitchiko Kakutani”. Dall’altra le università con i MFA (Master of Fine Arts) e i loro corsi e diplomi in scrittura creativa – e prima fra tutte proprio Iowa, nelle cui classi di creative writing passarono, come insegnanti, studenti o entrambi, Cheever (ci insegnò un semestre) e Carver (che fu suo allievo), T.C. Boyle, Marilynne Robinson, Michael Cunnigam e molti altri.

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I giardini dei dissidenti

Ci sono scrittori che usano il mondo come se fosse il loro quartiere. Sono quelli che scrivono romanzi monstre, ibridi narrativi pieni di paesi stranieri e personaggi dalle lingue sconosciute: alcuni (penso, ad esempio, a scrittori come Teju Cole, Taiye Selasi, Helen Oyeyemi o Zadie Smith: autori di cui è addirittura difficile ricordare la nazionalità in prima battuta) riescono a evitare l’indigesto pappone fusion,altri no. Poi ci sono gli scrittori che usano il loro quartiere come se fosse il mondo. Jonathan Lethem appartiene a questa seconda categoria. Non è un giudizio di valore, o un’accusa di provincialismo: è esattamente il contrario. Nei loro libri, all’”orizzontalità” geografica dei romanzi globali, contrappongono la verticalità – anche temporale – di uno sguardo sempre posizionato, l’irriducibilità di un corpo interrogante e inquieto. È quello che fa Lethem in questo I giardini dei dissidenti (Dissident Gardens, pubblicato negli Stati Uniti nel 2013), scrivendo un romanzo che è un carotaggio politico e sentimentale, intimo e collettivo, “personale e politico” come si diceva, di un intero mondo, grandiosa controstoria del secolo americano visto da un quartiere della grande mela.

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L’estasi dell’ininfluenza

Questa settimana ho percorso quarantaquattro chilometri a piedi per la bellezza di 61.470 passi.

A volte mi chiedo se è lo spirito del tempo a dare forma alle nostre ossessioni o se, al contrario, sono le nostre ossessioni (da cui i desideri, da cui i bisogni, da cui le merci) a definire lo spirito del tempo. Me lo chiedevo piuttosto oziosamente quando la settimana scorsa ho iniziato a usare un programmino: un’app per l’iPhone che tiene traccia dei miei tragitti, del tempo e dello spazio percorso, con tanto di conteggio dei passi. Non mi considero una persona particolarmente ossessivo-compulsiva, al contrario, ma ammetto che ho sempre subìto il fascino degli elenchi, delle liste, degli archivi personali: le città visitate, i ristoranti in cui ho mangiato, i film visti e, soprattutto, i libri letti. Di fatto poi, proprio perché non sono un autentico ossessivo compulsivo, quando iniziavo a tenere questi diari in forma di elenco di solito smettevo di farlo dopo pochi giorni o un paio di titoli segnati. Il mal d’archivio, come sa bene Derrida, è una patologia della memoria, e cioè dell’identità: come se, facendo un elenco dei libri letti, ad esempio, potesse emergere un autoritratto fedele di me, qualcuno, un avatar, un doppio, che potesse dirmi chi sono, dal momento che io no, non lo so chi sono. Un qualcosa che ricordasse al posto mio ciò che ero stato, anche se solo attraverso la memoria di ciò che per definizione non sono io: oggetti, cose, scritture.

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