Ma i programmatori sognano pecore elettriche?

Su «Prismo» un pezzo su programmazione, Kant e me.

Prima di dedicarmi agli studi letterari, in un impeto di buon senso per me raro oggi come allora, decisi di iscrivermi a Ingegneria informatica. Era la metà degli anni Novanta, a Internet ci si collegava col 56k, Netscape era ancora relativamente una novità – eccitante, d’accordo, ma mai quanto un paio di anni prima era stato riuscire a collegarsi a un server in California e scaricare un txt via ftp. Google non esisteva e Yahoo era fatto, ecco, era fatto a mano. Davvero. Però bastavano queste cose per capire che qualcosa stava succedendo, e che era qualcosa di grosso. Ma non fu solo per una qualche confusa forma di razionalità economica che feci quella scelta: il fatto era che programmare mi piaceva.

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Leggere per dimenticare

Cosa vuol dire leggere? Forse leggere veramente vuol dire dimenticare?

«Non puoi averlo letto tutto, non ne hai avuto il tempo», mi dice lei. In effetti no, ho saltato qualche pagina tanto il succo era quello e comunque non mi interessava granché. «Ma come fai a dirlo se non l’hai letto tutto?» La frequenza di questi scambi tra la mia ragazza e me si sta facendo preoccupante. Probabilmente sui siti di dating più à la page c’è l’opzione da spuntare per poter scegliere il partner tra i «lettori totali», ma noi ci siamo conosciuti alla vecchia maniera e ormai ci eravamo compromessi troppo quando abbiamo scoperto le reciproche abitudini di lettura. Io posso dire di aver letto un libro anche se ho saltato qualche pagina, lei no. Lei se inizia a leggere deve arrivare alla fine, io no: se mi accorgo che mi annoia, è brutto o inutile, lo poso e passo ad altro. E per capirlo non serve arrivare in fondo: insomma, quante volte l’opinione che vi eravate fatti di un libro leggendo la sua prima metà è cambiata arrivando in fondo? La vita è breve e i libri da leggere, per tacere del resto, sono infiniti.

Quando le rimostranze del partito dei lettori totali si fanno più stringenti, di solito me la cavo citando Oscar Wilde – sempre un utilissimo passe-partout in queste occasioni: «Per riconoscere l’annata e la qualità di un vino non c’è bisogno di bersi l’intera botte. Chi desidera sorbirsi per intero un libro ottuso? Lo si assaggia, è sufficiente – a volte è anche troppo».

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Un libro per l’estate

Per molto tempo ho dato  l’estate per scontata. Come molti di quelli nati in città di mare, ho sempre considerato tutto il complesso militar-turistico-vacanziero un peso da sopportare più che qualcosa di cui godere. Non sapevo che ero solo privilegiato. Forse per questo i primi anni a Torino ho imparato ad apprezzare il fascino discreto delle estati cittadine, la malinconia dei dehors abbandonati, lo smarrimento delle serrande abbassate, l’amarezza delle amicizie interrotte. La noia malmostosa, i giri a vuoto, le birre da solo ai bar dei cinesi. C’è un libro che descrive benissimo questo sentimento, questo tipo di estate di camminate e solitudine, ed è uno dei più bei libri che abbia mai letto. L’ha scritto Georges Perec nel 1967 e si intitola Un uomo che dorme (in italiano si può leggere tradotto da Jean Talon per Quodlibet).

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Vita e morte della recensione

A cosa servono le recensioni? Una lettera d’amore.

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di vedere al cinema The 50 Years Argument. Dico fortuna perché non ha una distribuzione italiana  e probabilmente non ce l’avrà mai, anche se il regista è Martin Scorsese. Ma è un documentario, il mercato signoria mia, e quindi l’unico modo per vederlo sul grande schermo è intercettarlo in qualche rassegna o festival. Ed è un peccato perché è davvero un gran film, di quelli che quando esci dal cinema non solo hai imparato qualcosa e vedi il mondo in una luce nuova, ma sei anche tutto carico di energie positive e alla seconda birra con gli amici hai voglia di fondare una rivista (è andata davvero così). Almeno fino al mattino successivo quando sulla questione cala un imbarazzato silenzio e tentate di non incrociare gli sguardi.

The 50 Years Argument è la storia della New York Review of Books, delle persone che l’hanno animata, delle battaglie per cui si è schierata, di quello che rappresenta nella storia intellettuale della seconda metà del secolo americano (un grosso pezzo). Ma è anche un dispaccio dall’epoca delle riviste, un piccolo trattato su come partecipare alla discussione pubblica e alla circolazione delle idee, un atlante sentimentale dei tempi in cui ciò che scrivevi – e dove scrivevi – contava qualcosa, o almeno ci piace immaginarcelo così (e questo è parte del problema).

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La guerra delle console

Quando il videogioco era avanguardia, Sega tentava di rubare fette di mercato a Nintendo, mentre Atari seppelliva cartucce nel deserto.

Ogni generazione ha la sua guerra. E ogni guerra ha i suoi generali. La mia guerra l’ha combattuta l’uomo che aveva inventato i Masters. Sì, quei bambolotti (action figures sarebbe la definizione contemporanea) che andavano fortissimo negli anni Ottanta, praticamente una versione camp di Conan il barbaro.

A quarant’anni Tom Kalinske era diventato uno degli amministratori delegati più giovane della Mattel, aveva tirato fuori He-Man dal castello di Grayskull, salvato la Barbie e riportato l’azienda agli utili. Poi delle lotte per il potere – combattute in consiglio di amministrazione, non su Eternia – l’avevano spinto alle dimissioni; un paio d’anni in un’altra azienda e nel 1990 si ritrova senza un lavoro e con un bel po’ di dubbi esistenziali. Tanto vale portare la famiglia in vacanza e provare a rilassarsi.

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Diari di diari

Sarah Manguso ha tenuto un diario, come molti. Ma in pochi l’hanno fatto per venticinque anni accumulando ottocentomila parole su decine di quaderni. Poteva farne un format per Real Time (“Malattie imbarazzanti: Grafomania”), poteva – peggio ancora – pubblicarlo. Invece ci ha scritto sopra e ne ha ricavato un distillato purissimo, un libretto di una novantina di pagine, molte delle quali raccolgono una sola frase, un capoverso al massimo. 

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Padri e figli

Apparso in forma ridotta su «L’Indice dei lirbi del mese» di aprile 2015 e ripubblicato su minima & moralia.

C’è una frase di Fortini che mi tornava in mente leggendo Guarigione di Cristiano de Majo: “la sola storia che conti davvero, la sola veramente traumatica è quella cui dobbiamo la nostra nascita”. Mi sono sempre piaciuti quei libri in cui il narratore è mosso da una, più o meno esplicita, volontà di sapere cos’era il mondo prima di lui. Cosa, in particolare, ha reso possibile quello stesso soggetto che ora si interroga sulla propria origine. Cosmogonie private ben diverse dall’autobiografia: sono storie, cioè, in cui lo sguardo rivolto alla traumatica “eternità fatta di tenebra” che precede la nascita è attraversato da un desiderio che ha l’urgenza e l’onestà di cui parla Fortini. Ma è anche uno sguardo che, come l’osservatore del gatto di Schrödinger, ha il potere di cambiare la natura dell’oggetto scrutato. Quel particolare passato, proprio perché traumatico, non potrà che, allo stesso tempo, essere e non essere reale, sempre immanente e sempre perduto. Questa presa in carico del rischio vale anche per il libro di de Majo, per quanto Guarigione racconti esattamente l’opposto: ciò che vediamo qui non è la nostra nascita (cioè quella del narratore), ma la loro, quella dei figli.

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Questo bisogno di eroi

Questo articolo è uscito su «Pagina 99» nel novembre del 2014 e ripubblicato da minima & moralia. 

Devo ammettere che quando l’ho visto la prima volta mi ha preso un po’ d’ansia. Parlo del calendario con le date d’uscita dei prossimi film di supereroi. Si parte con l’ormai imminente Avengers 2: Age of Ultron (il primo maggio in Usa) e si arriva al reboot di Lanterna Verde previsto (tenetevi liberi) per il 19 giugno 2020. In mezzo una trentina di titoli: da eventi attesi con aspettative messianiche come Batman v Superman a pellicole medio budget su seconde file o nobili decaduti degli universi DC e Marvel (un film su Shazam: sul serio?). Capite che per una persona a disagio anche solo con l’idea di fare programmi per il prossimo week-end, una tale prospettiva è a dir poco vertiginosa.

Senza contare che il cinema è solo uno dei possibili approdi per le seconde vite dei supereroi: serie televisive (è da poco partita Gotham, police procedural della Fox sulla città di Batman prima Batman, quando cioè Bruce Wayne era solo un bambino da poco orfano e il commissario Gordon muoveva i primi passi nei bassifondi della metropoli. Ai blocchi ci sono quella di Flash e una caterva di produzioni legate ai personaggi Marvel per Netfilx, tra cui Devil), film animati, videogiochi. Anche il cinema italiano, solitamente immune al fantascientifico – e ai budget conseguenti – ci prova: il 18 dicembre è uscito Il ragazzo invisibile, di Gabriele Salvatores, operazione crossmediale in cui le avventure di Michele, il tredicenne protagonista che un giorno scopre di essere dotato del potere dell’invisibilità (metafora non proprio indecifrabile dei disagi dell’adolescenza), prima ancora che in pellicola vivono in una serie di albi scritti e disegnati appositamente per “espandere” l’universo del film.

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MFA vs NYC

Le due culture della fiction americana. Questo pezzo è uscito, in forma leggermente abbreviata, su «Pagina 99», nel settembre 2014.

Alla fine della terza stagione di Girls, Hannah, la protagonista interpretata da Lena Dunham, decide di abbandonare New York per andare a studiare scrittura creativa alla Iowa University. Nota bene: Hannah non punta a scrivere il Grande Romanzo Americano (con tutta la tradizione di sottintesi che si porta dietro: una gara tra Maschi Bianchi Morti e i loro omologhi viventi a chi ce l’ha più lungo), ma un libro a metà tra memoir e il personal essay – immaginate qualcosa di simile a Sheila Heiti o Joan Didion.

Ecco, se vi serviva una rappresentazione plastica del campo letterario americano oggi, non potevate chiedere di meglio: da una parte abbiamo New York City, le case editrici di Manhattan, gli anticipi a sei cifre, gli agenti, le vendite all’estero, le feste in cui “non posso andarmene se prima non conosco Mitchiko Kakutani”. Dall’altra le università con i MFA (Master of Fine Arts) e i loro corsi e diplomi in scrittura creativa – e prima fra tutte proprio Iowa, nelle cui classi di creative writing passarono, come insegnanti, studenti o entrambi, Cheever (ci insegnò un semestre) e Carver (che fu suo allievo), T.C. Boyle, Marilynne Robinson, Michael Cunnigam e molti altri.

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I giardini dei dissidenti

Ci sono scrittori che usano il mondo come se fosse il loro quartiere. Sono quelli che scrivono romanzi monstre, ibridi narrativi pieni di paesi stranieri e personaggi dalle lingue sconosciute: alcuni (penso, ad esempio, a scrittori come Teju Cole, Taiye Selasi, Helen Oyeyemi o Zadie Smith: autori di cui è addirittura difficile ricordare la nazionalità in prima battuta) riescono a evitare l’indigesto pappone fusion,altri no. Poi ci sono gli scrittori che usano il loro quartiere come se fosse il mondo. Jonathan Lethem appartiene a questa seconda categoria. Non è un giudizio di valore, o un’accusa di provincialismo: è esattamente il contrario. Nei loro libri, all’”orizzontalità” geografica dei romanzi globali, contrappongono la verticalità – anche temporale – di uno sguardo sempre posizionato, l’irriducibilità di un corpo interrogante e inquieto. È quello che fa Lethem in questo I giardini dei dissidenti (Dissident Gardens, pubblicato negli Stati Uniti nel 2013), scrivendo un romanzo che è un carotaggio politico e sentimentale, intimo e collettivo, “personale e politico” come si diceva, di un intero mondo, grandiosa controstoria del secolo americano visto da un quartiere della grande mela.

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