Essere una macchina

Una mattina di un paio di settimane fa, ero in una sala d’aspetto dell’ospedale Sant’Anna in attesa, qualche giorno dopo, di diventare padre: immaginate la mia sorpresa quando leggendo le prime pagine di Essere una macchina di Mark O’Connell (Adelphi Edizioni) incappo in quella che sembrava essere esattamente la scena che stavo vivendo in quel momento: un uomo che sta per diventare padre, seduto in una sala d’aspetto dell’ospedale, che si fa un mucchio di domande (regolarmente spazzate via dalla gioia che segue poi). Chi l’avrebbe mai detto di trovare un tale grado di immedesimazione in un libro che parla di transumanesimo, criogenesi, mogul della Silincon Valley e pazzi scatenati (due categorie che spesso coincidono)?

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Un desiderio chiamato utopia: con Paolo Giordano

Domenica 17 marzo alle 16 a BookPride con Paolo Giordano parleremo di Greta, Bern e Teresa. Ma anche di cambiamento climatico, di pensare l’impensabile, di Amitav Gosh, Timothy Morton e gli iperoggetti, di Ray Bradbury e di quel desiderio chiamato utopia. Sul Corriere di oggi c’è questa riflessione di Paolo che anticipa le chiacchiere di domani: ci vediamo lì.

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L’arte di smarrirsi

Ho sempre sognato di scrivere una storia degli smarrimenti. Di come ci si perde in una città. Perché dei tanti modi di classificare la letteratura, non è ancora stato adottato questo: dividere il repertorio delle storie tra i libri che raccontano l’attraversamento di una città e quelli che raccontano il perdersi in essa. Ne scrivo su «IL» del «Sole 24 Ore»: lo spunto qui è uno dei miei libri del 2018, L’ultima Londra di Iain Sinclair, ma alla fine si parla del perdersi e delle città – due dei pochi argomenti su cui sono preparato. Dentro ci sono gli amici di sempre: Ballard, Benjamin, Sebald, Laing e Sinclair appunto.
Smarriti di tutto il mondo, questo pezzo è per voi.

Ho sempre sognato di scrivere una storia degli smarrimenti. Di come ci si perde in una città. Perché dei tanti modi di classificare la letteratura, non è ancora stato adottato questo: dividere il repertorio delle storie tra i libri che raccontano l’attraversamento di una città e quelli che raccontano il perdersi in essa. Alla seconda categoria appartengono le scritture fedeli al motto di Walter Benjamin: «Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare» (in Infanzia berlinese). Non a caso Benjamin è il grande santo protettore di tutti quegli autori che hanno fatto della città, e del perdersi in essa, la propria musa e il proprio oggetto privilegiato. «Ché i nomi delle strade devono suonare all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio di rami secchi e le viuzze interne gli devono rispecchiare nitidamente come le gole montane», prosegue Benjamin, ed ecco che la città, le sue strade, i suoi palazzi, il centro e le periferie, le fabbriche e i passages pieni di vetrine, diventano di colpo paesaggio naturale da osservare con l’occhio laterale, visionario e naturalista a un tempo, del flâneur.

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Consumare la nostalgia

Qualsiasi lavoro facciate, la vostra vera occupazione aprincipale è questa: generare dati da cui produrre ricchezza (per altri). Nemmeno la nostalgia (o altre aree dello psichico) è esente da tutto ciò, anzi. Su «il Tascabile» racconto di un curioso incrocio di date e dati, tra Bandersnatch, l’episodio interattivo di Black Mirror, e un paio di altri testi della storia recente. E poi, forse soprattutto, mi piaceva l’idea di mettere insieme due monumenti del mio Novecento come la teoria letteraria e i giochi della Psygnosis. Il motto resta sempre lo stesso: STORICIZZARE SEMPRE!

Il 28 dicembre 2018, Netflix rende disponibile sulla sua piattaforma di streaming video una puntata speciale intitolata “Bandersnatch” della serie ideata e scritta da Charlie Brooker, Black Mirror. La particolarità di questo episodio è la sua natura interattiva. Come nei vecchi librigame (o nel racconto di Jorge Luis Borges “Il giardino dei sentieri che si biforcano”), nel corso della storia vengono proposti una serie di bivi: a seconda delle sue scelte (fatte col telecomando o il cursore del computer) lo spettatore può influenzarne lo svolgimento. Quali cereali mangerà il protagonista, se accetterà o meno un lavoro, se ucciderà o salverà un altro personaggio. Cose così.

Tre giorni dopo il lancio di “Bandersnatch” è il primo gennaio 2019.

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Troppi personal essay, o forse no

Un saggio, etimologicamente, è un tentativo, un azzardo, è il collaudo di un’ipotesi; non pretende di dire l’ultima parola, né di essere emanazione di un’autorità. Anzi, autorità e autorevolezza – a cominciare da quelle di chi parla – sono le prime cose a essere messe in discussione. Se ci penso, mi rendo conto che il modo in cui leggo un essay, il criterio che tengo a mente, è il rischio che si prende l’autore. Rischio è una parola scivolosa, perché si pensa subito a prese di posizione eroiche, a minacce di morte, battaglie civili in ambienti ostili: ma non è questo tipo di rischio che mi interessa, non in prima battuta almeno. «Le cose migliori che scriverai saranno quelle che ti faranno vergognare», disse una volta Arthur Miller. Tutto quello che dirai sarà usato contro di te: a un certo punto l’essayist “sbraca”. O mette in scena lo sbracamento. Per questo è fondamentale la soggettività di chi scrive. Non a caso tra i padri del saggismo contemporaneo bisogna mettere gli antropologi e la loro idea di osservatore partecipante. Ma l’esperienza non può diventare a sua volta origine dell’autorità. O, detto altrimenti, non è che una cosa solo perché ti è successa diventa interessante.

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Giocare con l’epica

«Ivanov si era formato come portiere nelle accademie sportive militari sovietiche. C’era praticamente cresciuto dopo che il padre, un ufficiale dall’Armata Rossa, era morto in Afghanistan. Scarso con i piedi, aveva però un senso della posizione straordinario: fu quell’istinto (forse trasmessogli dal genitore carrista) a farlo trovare pronto quel giorno e fargli bloccare la palla»

Per molto tempo mi sono addormentato tardi la sera perché giocavo a Pes. Il luogo in cui ho trascorso più tempo, negli ultimi vent’anni, sono i campi virtuali di Pes calcati in lunghe, interminabili nottate. E in altrettanto lunghe e interminabili giornate. Non c’è libro, autore, serie, film, fumetto che abbia consumato di più, e per più tempo continuativamente, delle varie, annuali, iterazioni di Pes. A dire il vero non c’è lavoro o fidanzata che abbia svolto o frequentato per più tempo di Pes.

Se nel 1998, invece di inserire nella Playstation il cd masterizzato di un gioco di calcio giapponese chiamato Iss Pro 98 (come all’epoca veniva commercializzato Pes in Europa), fossi uscito con una ragazza (improbabile…) e avessimo avuto un figlio, oggi quel figlio avrebbe vent’anni. Probabilmente mio figlio giocherebbe a Fifa perché «Pes è da vecchi», quindi tutto sommato meglio così.

Cosa facevate voi l’11 settembre 2001, dov’eravate? Io me lo ricordo: stavo giocando a Pes. Ero a metà di un rognosissimo girone di ritorno del campionato Master (e infatti quell’anno finimmo fuori dalla promozione), quando i miei coinquilini reclamarono il televisore per guardare ciò che stava succedendo a New York: facemmo in tempo a vedere il secondo aereo schiantarsi dentro la Torre Nord. Quando in seguito al crollo tutta Lower Manhattan era diventata «un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità» (come scrive Don DeLillo ne L’uomo che cade), per placare l’angoscia rimettemmo sulla Play per un torneo due-contro-due (partite in cui ogni squadra è controllata contemporaneamente da due giocatori). Ogni evento, amore, amicizia della mia vita adulta è segnato dalla presenza di Pes.

Perché?

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In cucina con Kafka

Il mio primo avatar sui social è stato un disegno di Tom Gauld. Una di quelle sue piccole, geniali invenzioni grafiche di cui le sue tavole sono piene. Era una specie di Ufo formato da una manina verde che reggeva un libro. Non solo era simpatico e, come si dice, «iconico» (due qualità essenziali per un avatar), ma mi sembrava anche che fosse un giusto tributo a quello che ho sempre reputato un extraterrestre del disegno: le sue strisce che apparivano (e appaiono) sulle pagine culturali del Guardian e di altri giornali, o le copertine del New Yorker che ha disegnato, possiedono sempre quella sua inconfondibile ironia sottile eppure affilata, quel gusto per la parodia e la satira dei cliché e delle abitudini editoriali, un talento per la variazione ricombinatoria che l’avrebbe fatto amare da Eco o Fruttero & Lucentini.
Nel corso degli anni ho condiviso le sue vignette innumerevoli volte, e come me centinaia di migliaia di persone nel mondo.
Potete immaginare quindi la gioia con cui ho accettato l’invito di Mondadori a scrivere la prefazione all’edizione italiana di In cucina con Kafka, il libro di Gauld premiato quest’anno agli Eisner Award (gli Oscar del fumetto).

Qui di seguito un estratto della mia introduzione.

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Dai batteri a Di Maio

Su «Rivista Studio» cartaceo, un essay sul rapporto tra libri e tempi oscuri, tra scienza, libri di scienza, la bellezza e l’intensità a cui danno accesso, e l’ottusa resistenza del quotidiano, soprattutto quando prende la forma della chiacchiera vuota, della nebbia populista. C’è, in questo contrasto, forse, una piccola forma di resistenza, di ginnastica mentale e estetica, almeno. 

Inizia così: «I mesi successivi alle elezioni politiche dello scorso marzo li ho passati ostaggio di Twitter. E di siti di news, di giornali, di maratonementana, di qualsiasi cosa, insomma, potesse placare la fame chimica di notizie sulla formazione del nuovo governo, o di un suo repentino disfacimento. Come un tossico sapevo bene che in realtà, invece di sfamarlo, non facevo altro che nutrire l’animale che c’era in me in quel momento, un gomitolo unghiato di sgomento e rabbia, paura e senso di colpa, impotenza e panico che mi lacerava. L’acqua è arrivata ai miei piedi, pensavo i giorni dell’insediamento del governo, la casa è allagata e, come con un rubinetto dimenticato aperto in bagno, per troppo tempo avevo ignorato i segnali del disastro in arrivo (il disagio, le diseguaglianze, le periferie, Brexit, Trump o che so io). Il momento dopo, però, pensavo che era proprio questo modo di vedersi assediati da un disastro imminente una delle cause di tale situazione. «Io sono solo, voi siete tutti,» dice l’uomo del sottosuolo, uno dei più scombicchierati personaggi di Dostoevskij: i suoi deliri paranoici, il sentirsi circondato da una massa ostile e sconosciuta da respingere con rabbia, ne fanno il vero eroe dei nostri tempi. E lui non aveva nemmeno Twitter».

Zidane, l’epifania della bellezza

Sul numero 22 di «Rivista Undici» scrivo di trasformazioni alchemiche e del XXI secolo, di oro e piombo, di malinconia e splendore. Insomma, di lui: monsieur Zinedine Zidane.

Era arrivato in estate. La Juventus l’aveva pagato 7.5 miliardi di lire dal Bourdeaux. Non si era inserito subito, forse per l’impatto con gli allenamenti molto intensi del preparatore Ventrone, forse per il 4-3-3 di Lippi che, in mezzo tra Conte e Dechamps, gli lascia poco spazio. Fatto sta che all’inizio Zinedine Zidane sembrava un po’ sperso. Almeno fino a ottobre, quando un infortunio di Conte spinge Lippi a cambiare schema e con il 4-4-2 e Zidane si sposta un po’ più avanti, dietro l’attacco. Quell’anno, quella stagione 1996-97, me la ricordo soprattutto per una cosa: per la prima volta vidi un uomo passare dallo stato di bravo calciatore a quello semidivino di campione. Davanti ai miei occhi, partita dopo partita, si era compiuta una trasmutazione alchemica di stato. Avevo vent’anni: abbastanza per spogliare lo sguardo delle ingenuità infantili, non troppi perché l’esperienza soffochi la magia.