L’età dell’oro delle riviste

L’età dell’oro delle riviste

Sembrava un ferrovecchio editoriale, un formato inadatto al tempo della parcellizzazione social, e invece mai come ora la rivista attraversa una vera e propria età dell’oro. Cartacee o digitali (spesso entrambe le cose), letterarie, d’attualità, verticali o generaliste, di nicchia o di massa, anche in Italia le «nuove riviste» iniziano a essere un bel po’, ma soprattutto iniziano a produrre una serie di firme, autori, ma anche idee, stili, approcci, che stanno contagiando riviste mainstream, giornali e case editrici che hanno visto nella «scena» un fermento di forze a cui attingere.

Tempo fa ho scritto per «Robinson» (l’inserto culturale di «Repubblica» che più di tutti rappresenta plasticamente questa comunicazione tra riviste e mainstream: disegnato da Francesco Franchi, già designer di «IL», è di fatto disegnato come un magazine all’interno di un quotidiano) questa sorta di mappa e piccola storia delle nuove riviste, soprattutto italiane.

Mi sono accorto che è l’ultimo di una serie di articoli che nel corso del tempo ho scritto su editoria, giornali, gatekeepers, frammentazione e discussione pubblica: Vita e morte della recensione (su «Studio»)Vivere senza critica (ancora su «Studio»)Il nuovo intellettuale pubblico (su «pagina 99»)Come internet ci ha divisi («pagina 99»)La fine della conversazione (su «IL» del «Sole 24 Ore»).

Quest’ultimo, che in qualche modo chiude il cerchio, è uscito sul numero dell’11 febbraio 2018 di «Repubblica».


«Quando gli intellettuali non possono fare nient’altro, fondano una rivista», scrisse una volta Irving Howe. Era il 1954 e Howe sapeva di cosa stava parlando dato che aveva appena fondato «Dissent», il magazine che da allora divenne uno dei riferimenti della sinistra liberal americana. Altri tempi? Adesso qualcuno potrebbe pensare che poche cose sono più novecentesche delle riviste, dell’idea stessa di rivista: fantasma da archeologia editoriale, vestigia di un tempo che, osservato dall’oggi fatto di social network e influencer, appare tanto lontano quanto a rischio di malinconico romanticismo. A proposito di romanticismo: è di un paio di anni fa lo splendido film documentario The 50 Years Argument che Martin Scorsese dedicò ai cinquant’anni della «New York Review of Books» e al lavoro di Robert B. Silvers, l’editor che, dagli anni Sessanta fino alla sua morte nel 2017, ha commissionato e editato ogni articolo del giornale. Invece, sul fronte brutte notizie, nel 2016 cessano le pubblicazioni dello «Straniero» la rivista di Goffredo Fofi.

Eppure, a guardarsi bene intorno senza malinconia o troppo romanticismo, quella che stiamo vivendo è una vera e propria età dell’oro delle riviste: c’è un’intera generazione intorno e sotto i quarant’anni di scrittori, critici, reporter, traduttori, intellettuali che, forse perché «non poteva fare nient’altro», ha fondato una rivista. 

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