Leggere per dimenticare

Leggere per dimenticare

Cosa vuol dire leggere? Forse leggere veramente vuol dire dimenticare?

«Non puoi averlo letto tutto, non ne hai avuto il tempo», mi dice lei. In effetti no, ho saltato qualche pagina tanto il succo era quello e comunque non mi interessava granché. «Ma come fai a dirlo se non l’hai letto tutto?» La frequenza di questi scambi tra la mia ragazza e me si sta facendo preoccupante. Probabilmente sui siti di dating più à la page c’è l’opzione da spuntare per poter scegliere il partner tra i «lettori totali», ma noi ci siamo conosciuti alla vecchia maniera e ormai ci eravamo compromessi troppo quando abbiamo scoperto le reciproche abitudini di lettura. Io posso dire di aver letto un libro anche se ho saltato qualche pagina, lei no. Lei se inizia a leggere deve arrivare alla fine, io no: se mi accorgo che mi annoia, è brutto o inutile, lo poso e passo ad altro. E per capirlo non serve arrivare in fondo: insomma, quante volte l’opinione che vi eravate fatti di un libro leggendo la sua prima metà è cambiata arrivando in fondo? La vita è breve e i libri da leggere, per tacere del resto, sono infiniti.

Quando le rimostranze del partito dei lettori totali si fanno più stringenti, di solito me la cavo citando Oscar Wilde – sempre un utilissimo passe-partout in queste occasioni: «Per riconoscere l’annata e la qualità di un vino non c’è bisogno di bersi l’intera botte. Chi desidera sorbirsi per intero un libro ottuso? Lo si assaggia, è sufficiente – a volte è anche troppo».

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