Il posto del romanzo

Il posto del romanzo

Sul «il Tascabile» è in corso una bella discussione sul «posto del romanzo» partita da una riflessione di Paolo Di Paolo e una serata alla Scuola Holden.

Qualche anno fa, durante un pranzo a Milano, lo scrittore Teju Cole mi disse una frase a cui continuo a pensare: “Mai, in nessuna epoca come nella nostra, siamo stati così esposti alla scrittura di persone che non sono professionisti della scrittura”. È un’affermazione, se ci si ferma a riflettere, quasi banale: eppure mi colpì come sanno fare solo quelle verità che sono sempre state lì, sotto il tuo naso, e che quando finalmente te ne accorgi ti cambiano il modo in cui guardi le cose. Perché è vero: non dico nei secoli passati – quando a essere alfabetizzata era solo una piccola élite intellettuale di sacerdoti, funzionari e mandarini – ma anche solo quaranta,  trenta anni fa molto difficilmente poteva capitare di leggere un testo che non fosse stato scritto da un “professionista della scrittura”. Fosse un giornalista, un intellettuale, un rappresentante della legge, dello stato, della scienza. O uno scrittore, naturalmente.

Oggi, al contrario, siamo costantemente esposti alla scrittura altrui. A quella di amici e conoscenti, certo, ma soprattutto a quella di sconosciuti: persone che non scrivono per lavoro, che non sono formate alla scrittura, che nessun contratto sociale investe di una qualche competenza nella scrittura. Attraverso i social, chat, blog… insomma, attraverso internet, siamo immersi in un oceano di parole, discorsi, visioni del mondo che un tempo (un tempo tanto recente che, molti di noi, ne conservano addirittura memoria – per dire della rapidità del cambiamento) non emergevano fino a trovare cittadinanza nella sfera pubblica. Carlo Magno comandava un impero senza nemmeno saper apporre la propria firma, mentre oggi noi non riusciamo a organizzare una serata in pizzeria senza dover scrivere qualcosa a qualcuno!

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