La scienza ci darà il nuovo sublime

Pare che Samuel Taylor Coleridge, il grande poeta del romanticismo inglese, avesse l’abitudine di seguire le lezioni di chimica della Royal Institution. Quando qualcuno gli domandò perché si sottoponesse a quel tormento, Coleridge rispose: «Per arricchire la mia riserva di metafore». Una volta, negli anni Settanta, Italo Calvino fu bacchettato da Margherita Hack perché, scrivendo di buchi neri, aveva sbagliato un qualche dettaglio scientifico, si era «fatto incantare dalle immagini». La risposta, un po’ incredula, di Calvino fu che per uno scrittore che, come lui, «va continuamente in caccia di immagini al limite del pensabile, questo è un duro colpo: come incontrare un cartello di “caccia vietata” in un bosco (la scienza) che per lui è una riserva di pregiata selvaggina».

Su «IL» del «Sole 24 Ore» scrivo di scienza, letteratura e di come, se glielo lasci fare, il nuovo sublime può cambiarti la vita: insomma, un po’ dei temi del libro che uscirà a febbraio. L’articolo si può leggere online qui.

Leggere Sebald al tempo di internet

Com’è possibile che un autore come Sebald, così legato al Novecento e alle sue tragedie, così tradizionalista a livello personale (non possedeva né un fax né una segreteria telefonica, ed era l’unico membro della facoltà dell’Università dell’East Anglia a non avere un computer in ufficio), sia, più di ogni altro scrittore contemporaneo, l’autore da leggere per capire lo stato di confusione perenne in cui siamo immersi? Su «Esquire» scrivo del perché leggere Sebald al tempo di internet. Parla dell’autore di Austerlitz per parlare di corsi preparo e to-do list, foto dei figli sui social e algoritmi, ma soprattutto racconta della mia grande ossessione di non ricordare più nulla, mai nulla.

Da qualche tempo ho sviluppato una strana abitudine. Qualcuno la definirebbe una perversione, o un sintomo fatale della mezza età, a me piace pensarla più come una particolare forma di meditazione. È iniziata così: alla fine del corso preparto che frequentavamo quando aspettavamo nostra figlia (be’, uno dei due corsi preparto che la mia compagna ha voluto che frequentassimo: sovrabbondanza doppiamente inutile perché tanto poi il parto è stato cesareo. Ma non divaghiamo), alla fine di uno dei corsi preparto, dicevo, l’ostetrica faceva distendere i futuri genitori su dei tappetini, li invitava a chiudere gli occhi e a visualizzare un luogo a loro scelta, un posto in cui si erano sentiti al sicuro in passato.

Così ho provato a ricordare la casa di mia nonna in cui trascorrevo le estati: ne ho ridisegnato la pianta, ho accarezzato nuovamente la granulosità della carta da parati, ne ho rievocato il rumore della porta d’entrata, la luce filtrata dalla palma in giardino che batteva sul muro della camera da letto, lo specchio in fondo al lungo corridoio che nascondeva un piccolo, odoroso sgabuzzino pieno di libri, vecchie foto di famiglia, cimeli di guerra di mio prozio.

Un’opera di consapevole e devota ricostruzione che ho trovato sorprendentemente rilassante al punto da ripetere l’esperienza più volte da allora, con altri luoghi del passato – la casa in cui sono cresciuto, le scale delle scuole elementari… – in momenti vuoti o prima di addormentarmi la sera. Quello che trovavo rassicurante non era tanto il ricordo in sé, quanto l’atto stesso di ricordare: stavo allenando la memoria. Facevo, praticamente, dello stretching mnemonico.

Il fatto è che sono sempre più tormentato da una convinzione: quella di non ricordare niente. «Tutto è recente come uno squillo di sveglia», cantava il Battisti panelliano, e almeno per me è proprio così: «la data più vicina è un dormiveglia». Un dormiveglia in cui eventi, incontri personali, libri letti, serie viste, fatti storici del recentissimo passato si mescolano in un unico pastone grigio.

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Il futuro del futuro è in Africa

Sul «Venerdì» di «Repubblica» faccio una ricognizione dell’afrofuturismo e qualche domanda alla straordinaria Nnedi Okorafor, autrice di Binti e della prossima serie prodotta da George RR Martin. L’articolo inizia così.

«A Lucca mai!» A chi all’epoca gli chiedeva se era possibile immaginare un romanzo di fantascienza ambientato in Italia, Carlo Fruttero, che negli anni sessanta insieme a Franco Lucentini dirigeva «Urania» e dell’argomento se ne intendeva, rispondeva così: un Ufo non sarebbe mai atterrato a Lucca, o in qualsiasi altra città italiana se è per questo. Chissà come reagirebbero oggi
“F&L” se qualcuno gli dicesse che gli alieni sono atterrati a Lagos, Nigeria. Eppure è proprio così: oggi la fantascienza più vitale e interessante ha le radici ben piantate in Africa ed è in quella direzione, anche quando a scrivere sono autori afroamericani, che bisogna guardare se si cerca un immaginario nuovo, locale e globale allo stesso tempo. Insomma, il futuro è africano, anzi: afrofuturista.
Il termine afrofuturismo è stato coniato nel 1994 dal critico Mark Dery in un saggio che fin dal titolo («Black to the Future») provava a ribaltare i punti di vista: perché la fantascienza, si chiedeva, è così «bianca»?

Giocare a Gta con Baudelaire

Su «IL» del «Sole 24 Ore» ho scritto di flânerie virtuali e di memoria mnestica segnata da un vecchio gioco per Amiga, di Baudelaire (volevo assolutamente citare il suo verso, uno dei a me più cari: «la forma di una città / cambia più veloce di un cuore») e riviste dedicate a una sola via, di Gta e Remoria di Valerio Mattioli, di quanto ci piace credere di fare della nostra vita un centro gentrificato, creativo, senza merda e povertà e bollette e debiti, instagrammabile post-industrial mentre siamo sempre più dentro una grande borgatosfera dell’anima e dei corpi.

Tempo fa fui attraversato da una piccola scossa di meraviglia e angoscia quando mi accorsi di riconoscere una città in cui non ero mai stato. Com’era possibile che quel certo panorama, in particolare un angolo di strada intorno alla Cattedrale del Santissimo Sacramento di Detroit, avesse qualcosa di familiare, come poteva quell’anonima strada accendere in me le luci incerte del riconoscimento? Dopo un po’ di resistenza interiore, dovetti ammettere che quel panorama l’avevo riconosciuto da un videogioco su cui passavo le ore da bambino: si percorrevano le strade di Detroit in pattuglia e nella scarnissima grafica 3D di quei tempi la Cattedrale era uno dei pochi edifici riconoscibili e non un astrattissimo parallelepipedo grigio.

I tedeschi lo chiamano Fernweh, il desiderio ardente di luoghi lontani: chissà se hanno una parola anche per indicare il desiderio ardente di luoghi virtuali. Servirebbe per indicare il sentimento che fa restare svegli la notte a percorrere su Google Maps e Google Street View i vicoli che conducono al porto di Osaka; o che rende irrequieti tutti i flâneur videoludici che, come me, battono le strade dello Stato di San Andreas, l’equivalente della California in Grand Theft Auto V, non per competere con altri giocatori, o per assecondare la storia immaginata dai designer, ma per esplorare gli anfratti di città immaginarie e possibili allo stesso tempo, scattare fotografie, bighellonare, forse sognare.

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La mia estate con Alexa

Sul Figlio, l’inserto del «Foglio», c’è un mio racconto di paternità e capitalismo della sorveglianza (sic), di rigurgitini e algoritmi, di Alba e Alexa. Ma soprattutto è una storia sulla fine della malinconia. (E per avere un’illustrazione di Makkox personale).

La scusa è la solita: se una cosa vuoi criticarla, devi prima provarla. Certo, come no. Intanto però si apre una breccia e in un attimo le mura crollano: quante guerre sono state perse così? Di sicuro è stata persa la mia contro il “capitalismo della sorveglianza”: all’inizio dell’estate ho comprato Alexa, l’assistente personale di Amazon. Il giorno dopo l’ordine (sono anche abbonato a Prime: ormai s’è capito che genere di uomo sono) mi arriva a casa questo piccolo altoparlante che posso interrogare come una specie di oracolo domestico: Alexa, in che cinema danno gli Avengers? e lei mi trova la proiezione più vicina. Alexa, che tempo farà oggi? 

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Guardare e non giocare

Inizia con il tempo perduto (o il tempo perso?), finisce con Appunti di un tifoso di Fred Exley, in mezzo ci sono twitch, i gamer, il business dello streaming: una cosa che ho scritto per «Rivista Undici».

C’è un nodo segreto che lega noia e divertimento. Come se, invece di escludersi a vicenda, si rincorressero scambiandosi di posto fino quasi a confondersi. Sempre più spesso, ad esempio, mi sono scoperto a ripensare agli anni passati insieme ai videogiochi. Sarà l’età. E ogni volta mi ritrovo sopraffatto dalla vertigine del tempo perduto: certo, un tempo proustianamente perduto, sfilacciato dal morso nero dei giorni e degli anni, irraggiungibile se non in ricordi vaghi e ingannevoli. Ma perduto anche nel più immediato senso di “tempo perso”: davvero ho passato tutto quel tempo a giocare, seduto davanti a uno schermo, da solo con un controller in mano? E cosa me ne è rimasto? Succede qualcosa di simile con la lettura.

Un dubbio, un’angoscia di mezza età direte voi: di tutti i libri letti, alla fine, cosa rimane? Certo, qualche effetto l’avranno prodotto su di me, non lo metto in dubbio, ma è così difficile riconoscerlo, individuarlo con precisione, quando ormai della maggior parte dei libri che ho letto da ragazzino non solo non ricordo nulla (o poco), ma spesso non mi ricordo nemmeno di averli letti. La lettura e il videogioco hanno anche un’altra caratteristica in comune: sono due attività tanto intense per chi le esercita (al punto di pensare che la vita vera, quella più autentica, più trasformativa, è la vita vissuta leggendo – o giocando), quanto noiose per chi le osserva da fuori. Il lettore e il giocatore visti dall’esterno sono sospesi in uno statuto esistenziale per certi versi unico: fisicamente presenti, lì, davanti a voi, eppure altrove, immobili eppure in viaggio, insieme eppure soli. Ma se guardare qualcuno giocare è noioso quasi quanto guardare qualcuno leggere, come accidenti è possibile che oggi lo streaming di videogiochi sia un business da milioni di dollari?

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The Game Unplugged

A maggio del 2019 è uscito The Game Unplugged (Einaudi), un volume in cui dodici “Cannibali digitali” raccontano cosa significa crescere e vivere, lavorare e desiderare, sognare e conoscere all’epoca di internet. Quello che ne viene fuori è un grosso “Voi siete qui” in quella mappa confusa che è il presente.  Il mio racconto è un viaggio personale in questa nostra Età degli Archivi. Dentro ci sono Walter Benjamin e il C64, la nostalgia e il capitalismo delle piattaforme, Proust e, special guest, Alba Guglieri. Perché il presente è importante, ma quello che conta è il futuro.

Su «IL» del «Sole 24 Ore» si può leggere un estratto del mio essay.

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Leggere e guardare le figure

Un mio viaggio da Warburg all’Intelligenza artificiale (in particolare quel sito pazzesco che crea dei volti di persone che non esistono), o viceversa, dalle IA a Mnemosyne, da Pinterest al Rituale del serpente. Su «IL» del «Sole 24 Ore».

Uno degli incipit più triti della narrativa – se non il più banale in assoluto, quello che qualsiasi editor vi casserà perché stufo di leggerlo in centinaia di manoscritti – prevede che il protagonista prenda in mano una foto e inizi a ricordare la scena in cui è stata scattata. Siamo al livello della «marchesa che uscì alle cinque», l’esempio di pessimo inizio che una volta fece Paul Valéry. Questo è vero per le fotografie descritte nel libro, discorso diverso, invece, per le immagini direttamente inserite nei testi letterari. Perché, tra i libri più interessanti, innovativi e eccitanti che mi sia capitato di leggere da un po’ di anni a questa parte, molti di essi hanno al loro interno, a punteggiare la narrazione apparentemente senza criterio, delle fotografie? Penso, solo per restare agli ultimi, a Città sola di Olivia Laing, Nel mondo a venire di Ben Lerner o, fresco di traduzione per Guanda, In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas in cui il rabdomantico ricamo tra memoria intima e collettiva è traforato da una manciata di struggenti foto di famiglia. Perché, invece del terribile effetto “diapositive delle vacanze”, ne ricaviamo un’emozione così intensa? Io un’idea me la sono fatta. Servono innanzitutto a farci capire che quelli che abbiamo davanti sono libri ibridi: non sono romanzi, non sono saggi in senso accademico, non sono storie inventate anche se sono raccontate in modo narrativo.

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